Come vivere su Marte.

Molti romanzi o film di fantascienza sono stati in qualche modo dei precursori dei tempi, offrendo previsioni e visioni del futuro che poi si sono rivelate veritiere. Altre volte, però, quelle “previsioni” si sono rivelate non vere (io sto ancora aspettando l’hoverboard di Ritorno al Futuro 2) o sono state addirittura superate dalla realtà stessa. Questo, a mio avviso, però, non rende certo queste opere meno valide o meno degne di essere scoperte. 

 Trama:La prima nave di linea regolare fra i pianeti, l’Ares, è al suo viaggio inaugurale. Porta su Marte, tra gli altri, lo scrittore di fantascienza Martin Gibson, che sarà testimone delle dure lotte dei pionieri per colonizzare il pianeta: un mondo quasi privo di vegetazione e poverissimo di ossigeno, sul quale uomini coraggiosi combattono per rendere migliore quella che considerano la loro nuova patria.”

 All’interno del romanzo “Le Sabbie di Marte”, Arthur C. Clarke fa dire a uno dei suoi personaggi che le opere fantascientifiche di Wells vengono lette solo per essere derise perché ormai vecchie, superate dalla scienza stessa che aveva di gran lunga surclassato (e smentito) le previsioni dell’autore. Gibson, il protagonista del libro, però, ribatte dicendo che, nonostante tutto, la gente continua a leggere Wells perché “Wells faceva della letteratura sul serio. Le creazioni della fantasia pura si leggono nonostante le previsioni fatalmente errate, ma non a causa di queste.” Credo che questo si possa applicare anche a quest’opera di fantascienza di Clarke che, agli occhi di molti, potrebbe risultare piuttosto “vecchia”. In realtà, però, il libro si dimostra essere uno straordinario viaggio di formazione. Un’avventura di esplorazione spaziale dove non sono l’ansia o la tensione a prevalere, ma la speranza, i rapporti umani e la volontà di autodeterminazione. Uno viaggio in un pianeta meraviglioso e affascinante che consiglio assolutamente di intraprendere

Il Death Stranding.

È da un po’ che non parlo di videogiochi qui sul blog, ma non potevo non scrivere di un gioco che, devo dire mi ha in qualche modo toccato il cuore: st parlando di Death Stranding di Hideo Kojima

Trama:  Misteriose esplosioni hanno scosso il pianeta, innescando una serie di fenomeni soprannaturali noti come Death Stranding. Creature spettrali che divorano i vivi hanno spinto l’umanità sull’orlo dell’estinzione, causando il crollo della società come la conosciamo e la dispersione dei sopravvissuti, che ora vivono in comunità del tutto isolate l’una dall’altra. Sam Porter Bridges, il leggendario corriere con il potere di tornare dal mondo dei morti, è stato incaricato di una missione critica dal Presidente delle Città Unite d’America: dovrà viaggiare attraverso questo paesaggio devastato e infestato di minacce ultraterrene, per rimettere in contatto città e persone e ricostruire l’America un passo alla volta.

 

Sì, lo so che sono passati diversi anni dalla sua uscita ( e che, anzi è uscito da un po’ anche il secondo), ma Death Stranding è un gioco a cui ho sempre avuto un pò di timore ad approcciarmi per via di alcune “figure” che compaiono al suo interno ovvero i “Bridge Baby” (detti semplicemente B.B.): bambini estratti dal corpo delle madri esanimi (tenute in stato vegetativo) e mantenuti in vita all’interno di particolari capsule che simulano il grembo materno per essere usati come una sorta di collegamento con la Terra dei Morti. Ai tempi, non avendo ancora avuto il mio Leonardo ed essendo piuttosto sensibile al tema bambini, non me l’ero sentita di giocarci, ma adesso devo dire che sono felice di averlo fatto. Death Stranding è infatti un viaggio intenso in un mondo magistralmente costruito, con personaggi unici, complessi e profondamente umani anche nella loro inumanità. Un viaggio che ha un solo scopo: creare nuovi legami in una realtà divisa dalla morte. Ma questa è anche e soprattutto la storia di Sam, un uomo a cui il Death Stranding ha tolto tutto, perfino la possibilità di morire, ma che ritrova la speranza là dove non si sarebbe mai aspettato, in quel B.B. che lo accompagnerà lungo tutto il suo cammino e con il quale arriverà a creare il legame più puro e profondo  di tutti: il legame d’amore tra un padre e il suo bambino.

Un gioco quindi con una storia coinvolgente capace di trascinare e stupire, con un “cast” davvero straordinario che riesce a dare il meglio di sé. Il tutto in un’ambientazione unica con una grafica spettacolare e una colonna sonora meravigliosa. Quindi, per fare una piccola citazione, dov’è la pupù?

Beh, per molti molti, il grosso problema di questo gioco è ilgameplay.  Oggettivamente, posso capire che possa sembrare noioso “fare il corriere”, dover correre a destra e a sinistra su terreni spesso impervi per consegnare pacchi e beni di prima necessità, con l’azione ridotta al minimo che, nella maggior parte dei casi, può essere persino evitata con una buona strategia. Non ci sono i combattimenti al centro di questo gioco, ma le interazioni con gli altri personaggi. Nonostante questo, però, ho amato Death Stranding in una maniera che non mi sarei mai aspettata.  Anche quando con Sam dovevo macinare chilometri, la musica inserita a regola d’arte e la possibilità di creare infrastrutture e vedere crescere e svilupparsi il mondo attorno al protagonista, mi ha coinvolta, ( a tratti perfino rilassata) spingendomi ad andare sempre avanti e a continuare a giocare nonostante il tempo e la stanchezza. Quello che mi sento di dire quindi su questo gioco è: non fermatevi alle apparenze. Provatelo, giocateci e vivete fino in fondo la storia di Sam.  Non credo che ve ne pentirete.

 

Beatrice Simonetti e il Muro di Cenere

Il 12 Dicembre è uscito il terzo volume di una saga che attraversa la storia della Germania del ventesimo secolo. Si tratta de “Il Muro di Cenere” di Beatrice Simonetti edito da Delrai Edizioni, romanzo che segue “Il Fiume di Nessuno” e “ Il Cielo d’Acciaio”. 

 

Trama:  Berlino Est, 1963. Yannick Händler crede di essersi lasciato la guerra alle spalle, ma la città-prigione che lo circonda non permette redenzione. Le sue ferite non sanguinano più, ma parlano, e qualcuno sembra ascoltarle. Quando un omicidio scuote l’equilibrio fragile dell’apparato militare, Levi Repin, giovane soldato cresciuto nel culto dello Stato, si ritrova catapultato in una spirale di sospetti: qui ogni errore si paga con la vita, o peggio, con l’identità. Hedwig Hartmann, giovane donna sopravvissuta al passato, conosce il dolore e non ha più paura di guardarlo in faccia. Ma in una città dove ogni bussola morale è truccata, cercare la verità significa diventare un bersaglio. Tre destini intrecciati. Un regime che respira dietro ogni porta chiusa. E una domanda che nessuno può permettersi di fare ad alta voce: chi sopravvive davvero, in un luogo dove persino la memoria è controllata?

 La prima cosa da dire su questo romanzo è che, come i due precedenti di questa saga, è autoconclusivo e può essere letto in maniera indipendente dagli altri. Tuttavia, la trilogia nel suo insieme rappresenta il viaggio di famiglie e personaggi ricorrenti, le cui vite si trascinano durante alcuni dei periodi più tragici della nostra storia moderna, descritti in maniera vivida, intensa e accurata dall’autrice (è più che evidente, infatti, l’attento lavoro di documentazione storica). “Il Muro di Cenere”, in particolare, è un romanzo che mostra le conseguenze della seconda guerra mondiale attraverso diversi punti di vista: quello di chi è sopravvissuto agli orrori dei lager e quello di chi, nato verso la fine della guerra, si ritrova a portare il peso delle colpe dei propri padri e a pagare per gli orrori da essi compiuti. Il romanzo, a mio avviso, parte forse un po’ a rilento, ma pagina dopo pagina cattura il lettore che finisce con lo sviluppare una forte empatia con i suoi protagonisti.  Inesorabilmente, però, la storia raccontata dalla Simonetti finisce col colpire come un pugno allo stomaco, rivelando un orrore che trascende la guerra, trasmettendosi di generazione in generazione come una maledizione di sangue. Eppure, nonostante tutto, in questo romanzo io ho visto anche della speranza, la speranza che l’amicizia e gli affetti possano prevalere anche contro l’odio più profondo e viscerale; che possa essere il cuore, più del sangue, a definire chi siamo e che tutti i muri, un giorno, possano essere abbattuti. Sicuramente consigliato.