È passato un po’ di tempo da quando ho letto il secondo romanzo della saga di Blackwater e non perché non mi sia piaciuta la serie, anzi, volevo centellinarmela il più possibile per godermela nel tempo. Poi è successa una cosa: sono andata in libreria dopo un bel po’ di tempo e non ho resistito dal prendermi tutti i libri della saga che mi mancavano e quindi… beh, le mie buone intenzioni sono un po’ andate a farsi friggere XD
Trama: 1928, Perdido. Il clan Caskey è dilaniato dalla spietata lotta tra Mary-Love ed Elinor. Ma all’orizzonte si allungano altre ombre: sui legami, sui patrimoni, sulle anime. E le ripercussioni varcheranno i confini dell’immaginazione. Da quando Elinor ha preso possesso della casa più bella di Perdido, negli angoli bui della magione allignano ricordi spaventosi che, come ragni instancabili, tessono tele mortali.
“La casa”, terzo libro della saga di Blackwater segna un punto di svolta nella storia della famiglia Caskey e nel conflitto tra Elinor e Mary-Love. Le dinamiche familiari vengono stravolte e la famiglia si trova ad affrontare sfide e cambiamenti in un clima di tensione e mistero che va in crescendo. Mai come in questo romanzo, inoltre, è evidente come i conflitti interni abbiano una profonda influenza sui bambini dei Caskey, che sono in un certo senso i veri protagonisti di questo terzo romanzo. Ad aleggiare su tutto, però, c’è il mistero legato alla figura di Elinor la cui natura non umana si fa sempre più evidente assieme alla sua fredda, calcolata spietatezza.
Una saga che si conferma ancora una volta degna di essere letta e apprezzata che continuo a consigliare e della quale inizierò subito il quarto volume.
Devo ammettere che ultimamente mi sono sentita un po’ giù di corda e ho fatto fatica a trovare l’entusiasmo per iniziare delle nuove letture. Poi, per puro caso, ho scoperto “I miei giorni alla libreria Morisaki” di Satoshi Yagisawa, un’opera che è stata come una ventata d’aria fresca in un periodo in cui ero mentalmente molto stanca.
Trama: Jinbōchō, Tōkyō. Un quartiere pittoresco e pieno di fascino, dove la maggior parte dei negozi vende libri. Ce n’è per tutti i gusti: volumi nuovi o di seconda mano, testi di storia, di filosofia, cataloghi. In totale sono circa centosettanta insegne, a formare il più grande quartiere di librerie al mondo.In questo angolo fuori dal tempo, al riparo dal traffico della metropoli, c’è un vecchio negozio specializzato in letteratura giapponese moderna: la libreria Morisaki.È qui che si svolgono le avventure di Takako e dei suoi familiari: l’eccentrico zio Satoru, che le lancia un’ancora di salvezza in un momento di crisi, e l’adorata ma sfuggente zia Momoko. Insieme a loro, il variopinto panorama dei clienti della Morisaki e del vicino caffè dove Takako si rifugia dopo il lavoro.Giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, la ragazza scoprirà il mondo dei libri e delle librerie, e l’importanza di tutte le persone che vi ruotano attorno.
Un romanzo di non più di 140 pagine che, nella sua semplicità, ti trascina in una realtà affascinante e meravigliosa fatta di libri e del profondo amore verso di essi. Una storia che ti trascina, capace di riportare a galla ricordi ed emozioni e di farmi ricordare perché amo così tanto i libri e la lettura. Se amate e conoscente anche solo minimamente il Giappone, inoltre, non potrete non restare affascinati dall’ambientazione, questo quartiere (realmente esistente) dove librerie di ogni tipo vivono come in un mondo a parte, un piccolo universo antico nel caos moderno di Tokyo.
L’unico “ostacolo” che si potrebbe riscontrare leggendo questo libro è la difficoltà nella pronuncia dei nomi (anche se all’inizio le pronunce vengono spiegate con chiarezza e alla fine si trova un glossario accurato) e la difficoltà a comprendere alcuni modi di pensare e agire che sono tipicamente Giapponesi e lontani dal nostro modo di fare. Nonostante questo, però, vi consiglio di cuore di provare ad avvicinarvi a questa storia, soprattutto se volete una lettura semplice, veloce, ma capace, a suo modo, di farti vedere la vita da un altro punto di vista.
Ci sono personaggi che ti restano nel cuore, protagonisti che, col passare del tempo, diventano figure familiari che è sempre un piacere ritrovare. Per me, Claudio e Vergy (protagonisti di molte delle opere di Claudio Vergnani) sono proprio questo, mi sono in qualche modo entrati nel cuore ed è stato un piacere per me poterli ritrovare nel nuovo romanzo di Vergnani: “La Favola e l’abisso”.
Trama:Stanchi e ormai avanti con gli anni, Claudio e Vergy, desiderosi di lasciarsi alle spalle i pericoli e le ferite di una vita da ex mercenari, lavorano come operai al cimitero monumentale della città. Concentrato su quell’occupazione modesta ma tranquilla, Claudio prova a dimenticare l’amore perduto di una ragazza molto più giovane di lui con la quale ha avuto una breve ma intensa relazione qualche tempo addietro. Il grande cimitero monumentale è ormai cadente e dimenticato: il terreno frana, dai porticati e dalle gallerie cadono calcinacci, le tombe di famiglia si ricoprono pian piano di vegetazione, il settore 17 – ribattezzato la fossa “dei silenziosi” – rischia di trasformarsi in un immondo acquitrino e tutta la zona contigua è un’area senza pace, colonizzata da sbandati, tossicodipendenti, spacciatori e piccoli delinquenti dove i visitatori vengono spesso aggrediti. Ben presto i fatti di sangue si moltiplicano. Perché le telecamere di sorveglianza del cimitero sono costantemente fuori uso? Che significato hanno le voci notturne che si odono nei pressi della mota, il terrapieno che sovrasta la fossa comune medievale, del Centro di Accoglienza immigrati e della chiesa di san Michele? Che collegamento c’è – ammesso che ne esista uno – tra le tante morti e quel sottobosco infido e indistinto all’interno del quale i due amici sono costretti a lavorare? Chi è il misterioso personaggio evocato da uno sbandato – ma che nessuno sembra aver mai visto – che si fa chiamare l’Abate Nero? Per cercare di dare una risposta a queste domande, i due amici decideranno loro malgrado di tornare in azione. A poco a poco, uniti in un cerchio senza fine come le spire del serpente Uroboro scolpito in una delle cripte del cimitero, emergeranno da quella realtà allucinata, intrecciati tra passato e presente, tutti gli elementi che porteranno Claudio a scoprire come la Favola sia perduta per sempre alle sue spalle e sotto i suoi piedi si stia spalancando il più crudele degli Abissi.
Claudi Vergnani si dimostra come sempre uno scrittore magistrale capace di infondere in ogni sua storia un significato profondo, capace di far riflettere chiunque sia in grado di guardare al di là della superficie. Attraverso i sue due personaggi più veri, Vergnani scrive romanzo pregno di malinconia e disillussione, nel quale, attraverso un thriller ben costruito, mostra come la vita, a volte, ti fa volare in alto, facendoti sentire come in una favola, per poi buttarti giù, in abisso oscuro nel quale è terribilmente facile perdere se stessi. Una storia che parla di amore, un amore puro e sincero, capace di renderti migliore con la sua sola esistenza; ma anche del Male, non un male sovrannaturale, ma quello brutale e avido che si nasconde nell’animo umano, un Male reale, capace di distruggere e far marcire tutto quello con cui entra in contatto.
Un romanzo capace di commuovere ed emozionare che il lettore conosca già i personaggi di Vergnani o meno, che magari può spaventare per il gran numero di pagine, ma che consiglio vivamente non solo per la sua storia, ma anche per le emozioni e le riflessioni che, attraverso essa, l’autore riesce a trasmettere.