Due parole sulla saga di Resident Evil scritta da P.D. Perry

Ho da poco terminato la lettura dei romanzi scritti da Stephanie Danielle Perry ispirati ai mitici videogiochi della serie di Resident Evil.

I titoli dei sette volumi che compongono la saga sono:

1: The Umbrella Conspiracy, tratto dal primo gioco della serie. 

2: Caliban Cove, romanzo originale creato dall’autrice. 

 

 3: City of the Dead, ispirato al secondo

capitolo della saga.

 

4: Underworld, altro romanzo originale. 

 

5: Nemesis, tratto dall’omonimo videogioco.

 

6: Code Veronica, altro adattamento di uno dei capitoli della saga. 

 

7: Zero Hour, adattamento del videogioco “Resident Evil Zero”.

 

 

 

Devo ammettere che mi sono approcciata a questa saga con un certo scetticismo avendo avuto pessimi precedenti con adattamenti letterari tratti da videogiochi e/o film.

Questa serie però mi ha davvero rapita, tanto che ho divorato tutti e sette i volumi in meno di due mesi.

Lo stile è fluido, scorrevole, le storie coinvolgenti anche se non tutte eccelse. Ci sono infatti degli elementi che sono forse un po’ troppo ripetitivi come la fuga finale a causa del conto alla rovescia per l’imminente distruzione della città/impianto/laboratorio di turno.

Oltre a questo, purtroppo i romanzi presentano diversi errori che non hanno certo influenzato la lettura, ma che mi hanno fatto un po’ arricciare il naso. Si tratta di semplici errori di battitura non corretti in fase di editing, niente di che, ma non mi aspettavo certo di trovarli in romanzi editi dalla Multiplayer.

Nonostante questi difetti però mi sento di consigliare la saga della Perry per i protagonisti ben caratterizzati e le atmosfere angoscianti in cui sono riusciti a trascinarmi.

Insomma se leggendo dei romanzi sugli zombi ti ritrovi una notte a sognare di cercare di sopravvivere a un’apocalisse zombie allora direi che hanno fatto il loro lavoro.

Questa ovviamente è solo la mia opinione personale. Voi siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio. 😉

Annunci

Due parole su “la seconda mezzanotte” di Antonio Scurati

coverUn paio di giorni fa ho finito di leggere “La Seconda Mezzanotte” di Antonio Scurati, romanzo a cui mi sono avvicinata con molte aspettative, non tutte soddisfatte purtroppo. La storia è ambientata nel 2092, in una Venezia ricostruita da una multinazionale di Pechino dopo una terribile onda alluvionale e diventata la perversa Las Vegas della decadenza europea. In un clima africano, una folla di nuovi ricchi vi accorre per concedersi ogni vizio e, soprattutto, per assistere alle lotte tra gladiatori. Piazza San Marco è, infatti, trasformata in un’arena. Mentre le Nazioni si dissolvono, il carnevale si avvicina e i padroni cinesi preparano lussi sfrenati e spettacoli crudeli. Intanto, gli ultimi veneziani, ai quali è stata interdetta la riproduzione, vivono confinati in un ghetto. Eppure, perfino in questo parco giochi orwelliano, ci sono due uomini in rivolta che si levano contro l’orgia del potere. “Il Maestro”, guida dei nuovi gladiatori, e Spartaco, il suo allievo.

La storia creata di Scurati spicca in particolare per l’ambientazione, questa Venezia devastata che cerca in qualche modo di sopravvivere alla perversione e alla violenza. Una sorta di fusione tra romanzo storico e post apocalittico che forse, in altre circostanze, mi avrebbe preso di più. Il grande difetto del libro infatti è lo stile dell’autore. Scurati infatti sa scrivere e conosce molto bene l’italiano, ma questo rende il suo stile pesante e a tratti ampolloso tanto. Ammetto di aver fatto davvero molta fatica a finirlo, forse per il fatto che non ero nella mentalità giusta per una lettura del genere.

Lo sconsiglio quindi se volete una lettura di puro svago. La lettura infatti necessita di una buona dose di attenzione e concentrazione per non farsi prendere dalla voglia di chiudere il libro e abbandonarlo. Questa però ovviamente è solo la mia opinione. Voi siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio. 😉

Due parole su “Il Terminale Uomo” di Michael Crichton

Il 2016 è finito e con il 2017 spero finalmente di riuscire a dedicarmi un po’ di più a questo blog. Ho deciso quindi di dedicare al blog un po’ più di spazio anche alle mie letture scrivendoci poche righe su quello che mi hanno ( o non mi hanno) lasciato.

Il primo libro che ho letto in questo 2017 è “Il Terminale Uomo” di Michael Crichton.

9788811679493_0_0_307_80

Ho già avuto modo di adorare Crichton sia per Jurassic Park, romanzo che ha dato vita a uno dei miei film preferiti di quando ero bambina, che per il suo seguito, “Il Mondo Perduto” e devo dire che anche con questo particolare romanzo non sono rimasta delusa.

Il “Terminale Uomo” nella storia è Harry Benson, affetto da una strana forma di epilessia che lo induce periodicamente a raptus di violenza omicida. Contro il parere della sua psichiatra (nonché protagonista) Janet Ross, un’ équipe di medici tenta di mettere sotto controllo il suo cervello mediante l’applicazione una serie di elettrodi. Ovviamente l’esperimento non ha gli effetti desiderati sull’uomo che riesce in qualche modo a fuggire scatenando il caos.   

Il romanzo mi ha trascinata pagina dopo pagina (questo il motivo per cui l’ho finito in poco più di due giorni) e nonostante il linguaggio spesso tecnico, l’ho trovato scritto in maniera molto chiara e comprensibile. Si vede che Crichton sa bene di che cosa sta parlando sia dal puto di vista informatico che medico, ma lo espone in una maniera adatta anche a chi di queste cose non capisce assolutamente nulla (tipo me).  Un difetto forse lo si può trovare nel finale, un po’ troppo scontato e sbrigativo a mio parere.  Bisogna inoltre considerare che essendo un romanzo del ‘72, la tecnologia e la scienza nella storia sono quelle dell’epoca quindi ovviamente superate rispetto ai giorni nostri cosa che forse potrebbe far storcere il naso a chi magari di questi argomenti ne capisce un po’ di più. Nonostante queste limitazioni però, andando avanti nella lettura ho trovato notevoli spunti di riflessione sul rapporto uomo-macchina, sulla manipolazione della mente umana e su come alcune tecnologie, che allora venivano descritte come impossibili, oggi siano invece una realtà concreta.

Un ottimo libro quindi per gli amanti del genere che sicuramente mantiene Crichton sulla lista dei mei autori preferiti che vale la pena leggere ancora e ancora e ancora.

Questa ovviamente è solo la mia opinione.

Voi siete sempre liberi di non prendermi tropo sul serio 😉