(Ri)trovando One Piece

Quando ho saputo che sarebbe uscita la serie live action di One Piece e che sarebbe uscita su Netflix sono stata combattuta tra una grande euforia e il terrore più assoluto. Insomma, già Netflix non è famosa per i suoi successi in campo di adattamenti, poi come può una serie rendere giustizia a un’opera unica e complessa come il capolavoro di Eiichiro Oda?

Beh, inaspettatamente Netflix ce l’ha fatta. Sia chiaro, non è perfetta, ma pur avendo i suoi limiti e i suoi difetti questa serie è One Piece.

All’inizio forse si può fare un po’ fatica ad adattarsi allo stile particolare della serie e forse alcuni elementi possono risultare fin troppo artificiosi ed eccessivi, ma ci si fa presto l’occhio e anche le piccole sbavature finiscono con l’andare in secondo piano. Se un’altra nota “negativa” (metto negativa tra virgolette perché a mio avviso non conta poi tanto) è che la storia non segue al 100% il materiale originale, l’aspetto positivo è che quest’ultimo non viene snaturato anzi, l’essenza della storia rimane intatta, mostrando anche elementi che la vanno ad ampliare con dettagli che magari sono emersi nel corso dei numerosi anni di esistenza del manga. Quello che nell’anime si svolge in 45 episodi viene unito in una storia fluida e scorrevole con flashback che sono ben dosati e distribuiti con cura nell’arco delle 8 puntate da un’ora. Una grandissima nota di merito va anche agli attori che hanno davvero dato prova non solo di talento e capacità, ma anche e soprattutto di amare e rispettare profondamente i propri ruoli.

Sapete però qual è la cosa che mi ha convinto di più? Che mi ha fatto ridere, versare qualche lacrimuccia e alla fine mi sono ritrovata con un sorriso che poteva fare tranquillamente a gara con quello di Lufy. Sarà perché mi ha reso nostalgica, sarà perché mi ha fatto rivivere momenti del manga che ho adorato in un’ottica diversa, ma, per quel che mi riguarda, da questa serie non potevo chiedere di più.

Questa ovviamente è solo la mia impressione. Voi siete sempre libri di non prendermi troppo sul serio 😉

The Chain: l’agghiacciante (ma non troppo) catena d Adrian McKinty

Ci sono romanzi che compri un po’ per una serie fortuita di eventi, magari perché ne hai letto bene in un post di Instagram o perché, come in questo caso, perché lo hai trovato in offerta e la trama ti ha catturato abbastanza da farti venire voglia di leggerlo. Ho voluto provare “The Chan” proprio per la storia, che porta inevitabilmente a porsi una delle domande forse più difficili e allo stesso tempo semplici che un essere umano possa farsi: cosa saresti disposto a fare per salvare tuo figlio?

Trama: Mi chiamo Rachel Klein e fino a pochi minuti fa ero una madre qualunque, una donna qualunque. Ma adesso sono una vittima. Una criminale. Una rapitrice. È bastato un attimo: una telefonata, un numero occultato, poche parole. Abbiamo rapito tua figlia Kylie. Segui le istruzioni. E non spezzare la Catena, oppure tua figlia morirà. La voce di questa donna che non conosco mi dice che Kylie è sulla sua macchina, legata e imbavagliata, e per riaverla non sarà sufficiente pagare un riscatto. Non è così che funziona la Catena. Devo anche trovare un altro bambino da rapire. Come ha fatto lei, la donna con cui sto parlando: una madre disperata, come me. Ha rapito Kylie per salvare suo figlio. E se io non obbedisco agli ordini, suo figlio morirà. Ho solo ventiquattro ore di tempo per fare l’impensabile. Per fare a qualcun altro ciò che è stato fatto a me: togliermi il bene più prezioso, farmi precipitare in un abisso di angoscia, un labirinto di terrore da cui uscirò soltanto compiendo qualcosa di efferato. Io non sono così, non ho mai fatto niente di male nella mia vita. Ma non ho scelta. Se voglio salvare Kylie, devo perdere me stessa…”.

Il romanzo di McKinty si divide in due parti: la prima, più lineare, è incentrata sul rapimento della giovane Kylie e sui tentativi della madre Rachel di salvarla rispettando le crudeli indicazioni de suoi rapitori. La seconda invece, mostra come “la catena” continui a perseguitare Rachel e la sua famiglia anche dopo la fine del rapimento e i tentativi della donna di liberarsi definitivamente di essa. Proprio quest’ultima parte, rappresenta quello che potrei definire “l’anello debole”.

Se durante il rapimento di Kylie, ci si trova a empatizzare molto sia con lei che con la madre Rachel, avvertendo quasi quel clima di terrore e angoscia che le sta consumando, ecco che nella seconda parte del romanzo tutto sembra svolgersi in maniera fin troppo sbrigativa e semplicistica. La Catena perde la sua aura di mistero così come i suoi creatori che risultano piuttosto deludenti, non tanto per la loro storia (che viene descritta piuttosto bene) quanto per la fretta e la banalità con cui in pratica vengono “scoperti” nella parte finale. La tensione che c’era nei primi capitoli, infatti, si perde quasi del tutto a favore di una risoluzione frettolosa delle cose. Sia chiaro: non è un brutto romanzo. Solo che non lo metterei tra le priorità di lettura, ma mi limiterei a consigliarlo come “riserva” quando non si ha molto altro da leggere.

Il Viaggio in Occidente: un classico della letteratura cinese (volume 1)

Un monaco buddista viene incaricato di intraprendere un viaggio in occidente per per ottenere dal Buddha del Monte degli Avvoltoi i testi sacri buddisti. Un viaggio lungo e in apparenza impossibile durante il quale verrà affiancato da tre discepoli: il Re Scimmia Sun Wukong (in giapponese conosciuto come Son Goku), il maiale Zhu Wuneng (Cho Hakkai in gapponese) e il demone acquatico Sha Wujing (Sha Gojo in giapponese).

Questa storia o alcuni di questi nomi vi sembrano familiari? Direi che è normale visto che si tratta di uno dei più grandi classici della letteratura cinese che, tra le altre cose, ha spirato manga famosi a livello mondiale come Saiyuki o Dragon Ball.

Devo dire che in apparenza non sembra un’opera facile da leggere visto che comunque si tratta di due volumi di circa 800 pagine l’uno di un’opera cinese del 1500. Al momento ho finito solo il primo volume, ma posso dire una cosa: è molto più bello e scorrevole di quanto avessi immaginato. A parte alcuni punti in versi che possono risultare un po’ pesanti, la lettura scorre veloce, divertente e piacevole attraverso una narrazione avvincente, nonostante il linguaggio un po’ arcaico. L’opera inoltre offre diversi spunti di riflessione, trasformando le avventure dei quattro protagonisti in un vero e proprio viaggio nella cultura e nelle tradizioni cinesi. Un primo volume davvero bello che consiglio di leggere in particolare se siete degli amanti della cultura orientale.