Diskin e la mente di Grace

In questo periodo, avendo parecchia voglia di leggere thriller, ho deciso di avventurarmi in un libro in cui mi ero imbattuta per caso e che mi aveva colpito per la sua trama particolare e dai tratti fortemente psicologici: “nella mente di Grace” di E.C. Diskin.

 

Trama: È una gelida giornata d’inverno quando Grace Abbott si risveglia in un letto d’ospedale per scoprire di aver perso la memoria in seguito a un incidente stradale. Affidata alla sorella Lisa, con la quale si rifugia nella solitaria fattoria di famiglia, viene raggiunta dalla polizia e informata che il suo fidanzato è stato ucciso. Senza ricordi, Grace non ha alibi. Non le resta che mettersi sulle tracce del proprio passato, anche se quanto viene a scoprire aumenta giorno dopo giorno la sua angoscia. Un fitto alone di mistero avvolge la sua casa, la sua famiglia, la sua infanzia. I sogni si mescolano ai ricordi, la realtà agli incubi. E Grace comincia a pensare che la perdita di memoria non sia dovuta solo all’incidente… Forse negli oscuri recessi della sua mente si nasconde qualcosa di ancora più sinistro e spaventoso di quanto lei stessa possa immaginare?

 

 L’opera di E.C. Diskin è un thriller psicologico interessante che coinvolge il lettore con una trama complessa e uno stile scorrevole, capace di trasmettere l’angoscia provata dalla protagonista nel trovarsi senza memoria né consapevolezza del proprio passato e delle proprie azioni.  A spiccare sono anche i personaggi secondari, tutti ben descritti e caratterizzati in maniera accurata, capaci sia di suscitare simpatia che profonda irritazione.

Tra le noti dolenti di questo libro, però, c’è, a mio avviso, la troppa fretta nello sviluppare alcuni passaggi e a risolvere determinate situazioni, cosa che potrebbe lasciare una certa insoddisfazione dopo aver creato aspettative piuttosto alte.

Nonostante questo, però, il finale riesce comunque a soddisfare e a sorprendere con un colpo di scena che stravolge le carte in tavola, lasciando il dubbio tanto nel lettore quanto nella sua protagonista. Consigliato, ma non da mettere in cima alla lista.

 

Il ritorno di Holly Gibney

Ed eccomi qui con il primo libro del 2024 dopo la rilettura del Signore degli Anelli e, ovviamente, non poteva che essere l’ultimo romanzo del re: Holly.

Trama: Quando Penny Dahl chiama l’agenzia Finders Keepers nella speranza che possano aiutarla a ritrovare la sua figlia scomparsa, Holly Gibney è restia ad accettare il caso. Il suo socio, Pete, ha il Covid. Sua madre, con cui ha sempre avuto una relazione complicata, è appena morta. E Holly dovrebbe essere in ferie. Ma c’è qualcosa nella voce della signora Dahl che le impedisce di dirle di no. A pochi isolati di distanza dal punto in cui è scomparsa Bonnie Dahl, vivono Rodney ed Emily Harris. Sono il ritratto della rispettabilità borghese: ottuagenari, sposati da una vita, professori universitari emeriti. Ma nello scantinato della loro casetta ordinata e piena di libri nascondono un orrendo segreto, che potrebbe avere a che fare con la scomparsa di Bonnie. È quasi impossibile smascherare il loro piano criminale: i due vecchietti sono scaltri, sono pazienti. E sono spietati. Holly dovrà fare appello a tutto il suo talento per superare in velocità e astuzia i due professori e le loro menti perversamente contorte.

Finalmente Holly Gibney, uno dei personaggi a mio avviso più complessi e più veri dì Stephen King, ha un romanzo tutto suo, una storia in cui fare i conti con le sue insicurezze e con il passato. In un’America ancora in parte in balia del Covid, Holly si ritrova ad affrontare il dolore personale e un caso ben più complesso e terribile di quanto possa immaginare. Una storia scorrevole, che ti cattura e ti fa riflettere, mettendoti davanti alla parte più oscura e spaventosa dell’animo umano quella dove il mostro non è una creatura sovrannaturale, ma l’uomo stesso. E attraverso un percorso lungo e complesso, Holly troverà non solo la consapevolezza di sé, ma anche la volontà di credere in se stessa e di fare le sue scelte. Davvero una bella lettura.

The Chain: l’agghiacciante (ma non troppo) catena d Adrian McKinty

Ci sono romanzi che compri un po’ per una serie fortuita di eventi, magari perché ne hai letto bene in un post di Instagram o perché, come in questo caso, perché lo hai trovato in offerta e la trama ti ha catturato abbastanza da farti venire voglia di leggerlo. Ho voluto provare “The Chan” proprio per la storia, che porta inevitabilmente a porsi una delle domande forse più difficili e allo stesso tempo semplici che un essere umano possa farsi: cosa saresti disposto a fare per salvare tuo figlio?

Trama: Mi chiamo Rachel Klein e fino a pochi minuti fa ero una madre qualunque, una donna qualunque. Ma adesso sono una vittima. Una criminale. Una rapitrice. È bastato un attimo: una telefonata, un numero occultato, poche parole. Abbiamo rapito tua figlia Kylie. Segui le istruzioni. E non spezzare la Catena, oppure tua figlia morirà. La voce di questa donna che non conosco mi dice che Kylie è sulla sua macchina, legata e imbavagliata, e per riaverla non sarà sufficiente pagare un riscatto. Non è così che funziona la Catena. Devo anche trovare un altro bambino da rapire. Come ha fatto lei, la donna con cui sto parlando: una madre disperata, come me. Ha rapito Kylie per salvare suo figlio. E se io non obbedisco agli ordini, suo figlio morirà. Ho solo ventiquattro ore di tempo per fare l’impensabile. Per fare a qualcun altro ciò che è stato fatto a me: togliermi il bene più prezioso, farmi precipitare in un abisso di angoscia, un labirinto di terrore da cui uscirò soltanto compiendo qualcosa di efferato. Io non sono così, non ho mai fatto niente di male nella mia vita. Ma non ho scelta. Se voglio salvare Kylie, devo perdere me stessa…”.

Il romanzo di McKinty si divide in due parti: la prima, più lineare, è incentrata sul rapimento della giovane Kylie e sui tentativi della madre Rachel di salvarla rispettando le crudeli indicazioni de suoi rapitori. La seconda invece, mostra come “la catena” continui a perseguitare Rachel e la sua famiglia anche dopo la fine del rapimento e i tentativi della donna di liberarsi definitivamente di essa. Proprio quest’ultima parte, rappresenta quello che potrei definire “l’anello debole”.

Se durante il rapimento di Kylie, ci si trova a empatizzare molto sia con lei che con la madre Rachel, avvertendo quasi quel clima di terrore e angoscia che le sta consumando, ecco che nella seconda parte del romanzo tutto sembra svolgersi in maniera fin troppo sbrigativa e semplicistica. La Catena perde la sua aura di mistero così come i suoi creatori che risultano piuttosto deludenti, non tanto per la loro storia (che viene descritta piuttosto bene) quanto per la fretta e la banalità con cui in pratica vengono “scoperti” nella parte finale. La tensione che c’era nei primi capitoli, infatti, si perde quasi del tutto a favore di una risoluzione frettolosa delle cose. Sia chiaro: non è un brutto romanzo. Solo che non lo metterei tra le priorità di lettura, ma mi limiterei a consigliarlo come “riserva” quando non si ha molto altro da leggere.