Due parole su “Il Terminale Uomo” di Michael Crichton

Il 2016 è finito e con il 2017 spero finalmente di riuscire a dedicarmi un po’ di più a questo blog. Ho deciso quindi di dedicare al blog un po’ più di spazio anche alle mie letture scrivendoci poche righe su quello che mi hanno ( o non mi hanno) lasciato.

Il primo libro che ho letto in questo 2017 è “Il Terminale Uomo” di Michael Crichton.

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Ho già avuto modo di adorare Crichton sia per Jurassic Park, romanzo che ha dato vita a uno dei miei film preferiti di quando ero bambina, che per il suo seguito, “Il Mondo Perduto” e devo dire che anche con questo particolare romanzo non sono rimasta delusa.

Il “Terminale Uomo” nella storia è Harry Benson, affetto da una strana forma di epilessia che lo induce periodicamente a raptus di violenza omicida. Contro il parere della sua psichiatra (nonché protagonista) Janet Ross, un’ équipe di medici tenta di mettere sotto controllo il suo cervello mediante l’applicazione una serie di elettrodi. Ovviamente l’esperimento non ha gli effetti desiderati sull’uomo che riesce in qualche modo a fuggire scatenando il caos.   

Il romanzo mi ha trascinata pagina dopo pagina (questo il motivo per cui l’ho finito in poco più di due giorni) e nonostante il linguaggio spesso tecnico, l’ho trovato scritto in maniera molto chiara e comprensibile. Si vede che Crichton sa bene di che cosa sta parlando sia dal puto di vista informatico che medico, ma lo espone in una maniera adatta anche a chi di queste cose non capisce assolutamente nulla (tipo me).  Un difetto forse lo si può trovare nel finale, un po’ troppo scontato e sbrigativo a mio parere.  Bisogna inoltre considerare che essendo un romanzo del ‘72, la tecnologia e la scienza nella storia sono quelle dell’epoca quindi ovviamente superate rispetto ai giorni nostri cosa che forse potrebbe far storcere il naso a chi magari di questi argomenti ne capisce un po’ di più. Nonostante queste limitazioni però, andando avanti nella lettura ho trovato notevoli spunti di riflessione sul rapporto uomo-macchina, sulla manipolazione della mente umana e su come alcune tecnologie, che allora venivano descritte come impossibili, oggi siano invece una realtà concreta.

Un ottimo libro quindi per gli amanti del genere che sicuramente mantiene Crichton sulla lista dei mei autori preferiti che vale la pena leggere ancora e ancora e ancora.

Questa ovviamente è solo la mia opinione.

Voi siete sempre liberi di non prendermi tropo sul serio 😉

Il mio romanzo/obiettivo per il 2016

Una volta ho letto un commento su Tolkien nel quale si diceva che il professore di Oxford aveva descritto la sua Terra di Mezzo talmente tanto bene e talmente tanto minuziosamente da dare l’impressione dii averla visitata davvero.

Forse fu proprio grazie a questo commento che iniziai a coltivare l’idea della storia alla quale sto lavorando ormai da più di un anno.

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Si tratta di un romanzo che nasce da una serie di mie personali riflessioni su quella che per me è la scrittura, su come questa può influenzare la vita di uno scrittore e cambiare la sua visione del mondo. Allo stesso tempo però, questo libro è anche la storia di come una ragazza amante dei libri e della scrittura può coltivare la sua passione e a farcela in una realtà come la nostra, dove spesso i sogni vengono soffocati e a volte sono i bulli e le mode venali ad avere la meglio. Un piccolo viaggio (non autobiografico, ci tengo a precisarlo) dall’infanzia di una sognatrice alla sua adolescenza, ai suoi primi approcci con l’editoria e il mondo adulto.

La storia è scritta come una sorta di romanzo confessione di una scrittrice fantasy che ormai da diverso tempo ha raggiunto l’apice del successo nel nostro paese. Attraverso i ricordi di una vita, essa rivela di come ha conosciuto da piccola il protagonista del suo romanzo più famoso, di come sono cresciuti insieme e di come la sua costante presenza l’abbia portata ad avvicinarsi alla scrittura e abbia influenzato e cambiato la sua vita che a sua volta ha avuto profonde ripercussioni su quella di lui. La vita di lei e la storia di lui, raccontate di pari passo, l’una profondamente legata e intrecciata all’altra.

Ma lui e il suo mondo distopico che lei si spesso è trovata a visitare sono reali o sono solo il frutto di una mente incapace di vivere rinchiusa negli stretti legami della realtà?

A questo nemmeno lei saprebbe rispondere con certezza, sebbene col passare del tempo si troverà a capire che in fondo la coesione tra realtà e immaginazione non è impossibile. Ciò che conta è che nessuna della due finisca col soffocare e sopprimere l’altra.

Non so se questo romanzo verrà mai alla luce, se qualcuno lo pubblicherà o se verrà mai letto. Ciò che so è che rappresenta per me un percorso importante nel quale mi sono ritrovata a trattare tematiche delicate mai affrontate prima, un percorso che spero di portare a termine entro settembre (ormai sono ho superato di gran lunga la metà della storia). Questo è il mio obiettivo per il 2016 e il mio augurio per chi non ha mai smesso di dare il meglio per raggiungere il proprio.

p.s. Forse molti di voi diranno un grandissimo “e sti cazzi” leggendo questo post o mi considereranno patetica o ancora peggio arrogante, ma tranquilli: come sempre siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio 😉

 

Ipazia e la difesa del libero pensiero.

Circa un paio di settimane fa, ho finito di leggere il romanzo “Ipazia – vita e sogni di una scienziata del IV secolo” scritto da Adriano Petta e Antonio Colavito.

Ho scritto “romanzo” perché non si tratta solo di una biografia, ma della storia appunto romanzata della vita di Ipazia di Alessandria, scienziata del IV secolo dopo Cristo, uccisa da alcuni fanatici Cristiani per tre motivi: era una scienziata, era pagana ed era una donna.

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