Due parole su: Metro 2035 di Dmitry Glukhovsky

Pubblicato in Italia da Multiplayer Edizioni, il terzo capitolo della saga post-apocalittica di Dmitry Glukhovsky riprende quasi direttamente le vicende del primo romanzo Metro 2033 creando una sorta di ponte di collegamento con il successivo Metro 2034. Allo stesso tempo però,  si discosta in parte dai precedenti capitoli perdendo l’elemento prettamente “fantastico” per sfociare in una distopia cruda e violenta.

Trama:

Da quando una guerra nucleare ha devastato la Terra, gli ultimi moscoviti hanno cercato di sopravvivere costruendo una nuova civiltà nelle profondità della vecchia rete della metropolitana. Questa presunta sicurezza, però, si dimostra presto ingannevole: infatti, due anni dopo essere stati salvati da Artyom, gli abitanti sono minacciati da epidemie che mettono a rischio l’approvvigionamento di cibo e da conflitti ideologici sempre più gravi. L’unica salvezza pare risiedere in un ritorno in superficie: ma questo è ancora possibile? Contro ogni logica, Artyom tenta un viaggio senza speranza apparente verso un mondo il cui silenzio misterioso nasconde un terribile segreto…

 

Quello che forse mi ha lasciata un po’ perplessa di questo romanzo, o forse meglio dire spiazzata, è stata proprio la totale eliminazione dell’aspetto “horror” (I mostri! Perché mi avete tolto i mostri? 😦 ) a favore di quello politico. Gli elementi politici e le diverse ideologie presenti nella storia sono comunque sviluppati e inseriti magistralmente un’ambientazione cupa e realistica capace di trasmettere la giusta sensazione di ansia e claustrofobia. Lo stile inoltre è rimasto lo stesso dei precedenti capitoli e mantiene un ritmo equilibrato che certo non sarà da cardiopalma, ma che comunque non annoia né stufa il lettore.

Consiglio quindi comunque di leggerlo a chi ha già avuto modo di godersi i precedenti romanzi della serie, ma di approcciarsi ad esso con la consapevolezza di star leggendo qualcosa di decisamente diverso.

Questa ovviamente è solo la mia opinione. Voi siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio 😉

Due parole sulla saga di Resident Evil scritta da P.D. Perry

Ho da poco terminato la lettura dei romanzi scritti da Stephanie Danielle Perry ispirati ai mitici videogiochi della serie di Resident Evil.

I titoli dei sette volumi che compongono la saga sono:

1: The Umbrella Conspiracy, tratto dal primo gioco della serie. 

2: Caliban Cove, romanzo originale creato dall’autrice. 

 

 3: City of the Dead, ispirato al secondo

capitolo della saga.

 

4: Underworld, altro romanzo originale. 

 

5: Nemesis, tratto dall’omonimo videogioco.

 

6: Code Veronica, altro adattamento di uno dei capitoli della saga. 

 

7: Zero Hour, adattamento del videogioco “Resident Evil Zero”.

 

 

 

Devo ammettere che mi sono approcciata a questa saga con un certo scetticismo avendo avuto pessimi precedenti con adattamenti letterari tratti da videogiochi e/o film.

Questa serie però mi ha davvero rapita, tanto che ho divorato tutti e sette i volumi in meno di due mesi.

Lo stile è fluido, scorrevole, le storie coinvolgenti anche se non tutte eccelse. Ci sono infatti degli elementi che sono forse un po’ troppo ripetitivi come la fuga finale a causa del conto alla rovescia per l’imminente distruzione della città/impianto/laboratorio di turno.

Oltre a questo, purtroppo i romanzi presentano diversi errori che non hanno certo influenzato la lettura, ma che mi hanno fatto un po’ arricciare il naso. Si tratta di semplici errori di battitura non corretti in fase di editing, niente di che, ma non mi aspettavo certo di trovarli in romanzi editi dalla Multiplayer.

Nonostante questi difetti però mi sento di consigliare la saga della Perry per i protagonisti ben caratterizzati e le atmosfere angoscianti in cui sono riusciti a trascinarmi.

Insomma se leggendo dei romanzi sugli zombi ti ritrovi una notte a sognare di cercare di sopravvivere a un’apocalisse zombie allora direi che hanno fatto il loro lavoro.

Questa ovviamente è solo la mia opinione personale. Voi siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio. 😉

Due parole su “la seconda mezzanotte” di Antonio Scurati

coverUn paio di giorni fa ho finito di leggere “La Seconda Mezzanotte” di Antonio Scurati, romanzo a cui mi sono avvicinata con molte aspettative, non tutte soddisfatte purtroppo. La storia è ambientata nel 2092, in una Venezia ricostruita da una multinazionale di Pechino dopo una terribile onda alluvionale e diventata la perversa Las Vegas della decadenza europea. In un clima africano, una folla di nuovi ricchi vi accorre per concedersi ogni vizio e, soprattutto, per assistere alle lotte tra gladiatori. Piazza San Marco è, infatti, trasformata in un’arena. Mentre le Nazioni si dissolvono, il carnevale si avvicina e i padroni cinesi preparano lussi sfrenati e spettacoli crudeli. Intanto, gli ultimi veneziani, ai quali è stata interdetta la riproduzione, vivono confinati in un ghetto. Eppure, perfino in questo parco giochi orwelliano, ci sono due uomini in rivolta che si levano contro l’orgia del potere. “Il Maestro”, guida dei nuovi gladiatori, e Spartaco, il suo allievo.

La storia creata di Scurati spicca in particolare per l’ambientazione, questa Venezia devastata che cerca in qualche modo di sopravvivere alla perversione e alla violenza. Una sorta di fusione tra romanzo storico e post apocalittico che forse, in altre circostanze, mi avrebbe preso di più. Il grande difetto del libro infatti è lo stile dell’autore. Scurati infatti sa scrivere e conosce molto bene l’italiano, ma questo rende il suo stile pesante e a tratti ampolloso tanto. Ammetto di aver fatto davvero molta fatica a finirlo, forse per il fatto che non ero nella mentalità giusta per una lettura del genere.

Lo sconsiglio quindi se volete una lettura di puro svago. La lettura infatti necessita di una buona dose di attenzione e concentrazione per non farsi prendere dalla voglia di chiudere il libro e abbandonarlo. Questa però ovviamente è solo la mia opinione. Voi siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio. 😉