Animali fantastici: i crimini di Grindelwald – recensione.

Lo straordinario mondo creato da J.K. Rowling ha fatto sognare ed emozionare milioni di persone che, al cinema o tra le pagine di un libro, hanno avuto modo di amare od odiare tutti suoi intensi personaggi. Oggi, quel mondo ritorna con “I CRIMINI DI GRINDELWALD” attesissimo seguito di “Animali Fantastici e dove trovarli” e ieri sera ho avuto la fortuna di vederlo in anteprima. Non potevo certo non parlarne. ^,.,^ Premetto che sarà una recensione breve perché credo sia impossibile scriverne senza rischiare di cadere nello spoiler.

Questo film ha sicuramente dei toni più cupi del precedente che in un certo senso era una sorta di “introduzione”, un prologo al mondo di Newt Scamander e dei suoi compagni di avventure. “I crimini di Grindelwald” invece è un film di transizione che getta nell’azione fin dall’iniziale e spettacolare fuga del temutissimo mago oscuro.

Al centro di tutto c’è ancora una volta l’obscuriale Credence Barebone conteso tra il malvagio Grindelwald (che vorrebbe sfruttarlo per i suoi poteri), i ministeri della Magia Inglese e Francese (che lo vorrebbero morto) e Newt Scamander e Tina Golstein (che invece vorrebbero aiutarlo).

Il suo potere, le sue origini e il fatto che sia in qualche modo legato a una sorta di profezia sono il fulcro della storia attorno alla quale si sviluppano le vicende personali dei protagonisti (come il rapporto tra Newt e Leta Lestrange ) e quelle che potrebbero influenzare il mondo magico (in primis l’aumento del potere e della popolarità di Grindelwald).

Onnipresenti sono inoltre gli “Animali Fantastici” che, pur comparendo molto meno rispetto al primo film, non sono solo figure marginali, ma parte integrante e attiva della storia e che, come già nel primo film, non possono non suscitare un’infinita tenerezza (Sono la fan numero uno dello Snaso di Newt). *,.,*

Parlando dei personaggi principali (Newt, Tina, Queenie e Jacob ) tutti mostrano fin da subito dei cambiamenti profondi. Quello che hanno visutto a New York li ha cambiati spingendoli a rivelare i loro lati più oscuri, le loro fragilità (ne è un esempio lampante Queenie Goldstein che si ritroverà a fare una scelta del tutto spiazzante, ma comprensibile vista la natura del personaggio) e la loro forza nascosta. Sono più complessi, più oscuri, in un certo senso più reali e umani rispetto al primo film.

Tra i personaggio “nuovi” invece a spiccare di più sono sicuramente Leta Lestrange, più profonda di quanto mi aspettassi, sorprendente, complessa e con la quale è facile entrare in empatia. Un personaggio dalla quale ci si aspetta 6, ma che ti da 10 a livello emotivo.

Poi ovviamente c’è Albus Silente.

Si è fatta molta polemica sul fatto che nel film non venga esplicitamente dichiarata la sua omosessualità, ma a mio avviso si intuisce molto bene. Quello che non viene detto, il suo rapporto con Grindelwald e il suo legame con lui, vengono mostrati in poche immagini che trasmettono molto e, a mio avviso, dicono più di quanto non possano fare le parole ( e poi dai, il fatto che Silente veda Grindelwald nello specchio delle Brame la dice lunga).

Nel film viene inoltre introdotto un personaggio che, per ora, rimane piuttosto al margine: Nagini, la donna con una maledizione del sangue che la condannerà in futuro a restare intrappolata nel corpo di un serpente e che diventerà servitrice e Horcrux di Voldemort. Nel film Nagini ha un legame profondo con Credence, è forse il suo unico affetto sincero e la devozione nei suoi confronti è enorme e questo mi porta a chiedermi: cosa la porterà a legarsi a Voldemort? Credence può esserne la ragione?

Beh, lo scopriremo solo andando avanti.

La storia comunque si sviluppa verso una direzione apparentemente scontata fino ad arrivare però a un finale spiazzante e devastante, che lascia a dir poco senza parole lo spettatore che non potrà non passare le ore successive a fare congetture e a leggere e e rileggere le storie dei singoli personaggi per capire collegamenti e possibili sviluppi della storia. Per me è stato così ( io e le ragazze con cui ho visto il film ci stiamo ancora scambiando teorie su Whatsapp) e, secondo me, un film capace di trasmetterti forti emozioni e di farti passare ore a parlare dei suoi personaggi e della sua storia, è un film che vale la pena vedere.

Questa ovviamente è solo la mia opinione. Voi siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio. ;P

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IT: un film straordinario e terrificante per il capolavoro di Stephen King

Finalmente dopo una luuunga attesa e un discreto ritardo, è arrivato anche da noi il film IT tratto ovviamente dall’omonimo romanzo di King. La fortuna ha voluto che ieri fossi di riposo dal lavoro quindi (neanche a dirlo) mi sono fiondata al cinema. Prima però mi son voluta riguardare il vecchio IT del 1990 e porcaccia, mi sono ricordata del perché da ragazzina mi sono addormentata nel guardarlo: terribile su tutti i livelli fatta eccezione dell’interpretazione di Tim Curry, unica cosa per la quale vale la pena di guardare quella mini serie.

Trama: Il palloncino rosso che galleggia a mezz’aria è il biglietto da visita di una misteriosa entità demoniaca che tormenta i ragazzini di Derry, attirandoli in una trappola mortale senza vie di scampo. Nell’immaginaria cittadina del Maine dove la gente scompare senza motivo, l’ennesima vittima è un bambino di sette anni di nome George, risucchiato in un tombino durante un temporale. Un gruppo di ragazzini perseguitati dai bulli per diverse ragioni, si riunisce sotto la denominazione di Club dei Perdenti per indagare sul mistero della morte di George e degli altri ragazzi scomparsi. Leader dei Perdenti è il giovane Bill Denbrough (Jaeden Lieberher), fratello maggiore dell’ultima vittima, attanagliato dai sensi di colpa per non aver impedito il brutale assassinio. Al suo fianco, bersagli naturali dei prepotenti per indole, aspetto o condizioni economiche, ci sono il grassoccio Ben (Jeremy Ray Taylor), l’impulsivo Richie (Finn Wolfhard), il pragamatico Stan (Wyatt Oleff), l’appassionato di storia Mike (Chosen Jacobs), l’ipocondriaco Eddie (Jack Dylan Grazer) e l’unica ragazza della banda Beverly (Sophia Lillis). Quando la ricerca li conduce a un clown sadico e maligno chiamato Pennywise (Bill Skarsgård), ciascuno dei coraggiosi componenti del neonato Club si rende conto di averlo già incontrato prima. 

Tornando al film comunque, devo dire che si tratta di una storia piuttosto diversa da quella del romanzo a partire anche dal periodo in cui si svolgono gli eventi (si passa dalla fine degli anni ‘50 alla fine degli ‘80) eppure non mi ha delusa. Sono convinta infatti che se un adattamento cinematografico riflette le tematiche e le essenze di un romanzo, allora fottesega se non rispecchia la trama parola per parola. Sono rimasta contenta anche del fatto che la storia sia stata divisa in due parti ( il prossimo film uscirà a Settembre del 2019) e che sia stata rappresentata in maniera lineare: se infatti nel romanzo le vicende della banda dei perdenti da piccoli vengono alternate con quelle di loro da adulti, nei due film le due storie vengono nettamente separate. Cosa che personalmente ritengo positiva perché se l’alternanza dei due archi temporali funziona su carta, non è detto che sia lo stesso anche sul grande schermo (e la mini serie ne è una prova).

Le tematiche principali del romanzo inoltre sono fortemente presenti nel film. I diversi traumi e violenze personali che ogni membro del club dei perdenti (i protagonisti del romanzo) subisce, si riflettono nelle loro scelte e nelle loro azioni influenzando anche il loro rapporto di amicizia, complicato sì, ma vero come solo l’amicizia tra ragazzini può essere. Sarà proprio quell’amicizia la chiave per dare al club dei perdenti il coraggio e la forza per affrontare e sconfiggere Pennywise. 

Allo stesso modo, nel film è visibile anche l’indifferenza e l’ipocrisia della cittadina di fronte alle numerose scomparse di bambini. Rappresentativa è una scena in cui Bill vede una donna affiggere il manifesto con la foto bambino scomparso sopra quello di Betty Ripsom altra bambina sparita diverso tempo prima. In quel momento Bill si rende conto che ormai la piccola Betty è stata dimenticata, “sostituita” nei pensieri di tutti da una nuova vittima e che nessuno farà mai qualcosa per ritrovare lei o il suo fratellino. Perfino i genitori di Bill preferiscono rassegnarsi alla morte del piccolo Georgie pur ignorandone le cause.

Ma venivamo a lui: Pennywise, il “clown ballerino”.

Bill Skarsgard a mio avviso rende onore a Pennywise sia a livello di espressività che di gestualità, con un’interpretazione a metà tra il grottesco e il terrificante che rappresenta bene l’essenza del personaggio. Certo a differenza di quello di Tim Curry (reso spettacolare unicamente dalla sua interpretazione), l’attuale Clown assassino è stato “aiutato” dai moderni effetti visivi capaci di rendere ancora più spaventoso l’essere chiamato IT e la sua capacità di trasformarsi e dare forma agli incubi peggiori dei protagonisti.

Altro elemento degno di nota è la colonna sonora che, alternata a momenti di silenzio assoluto, crea l’atmosfera perfetta per una storia ben costruita sotto ogni aspetto.

Un film consigliatissimo quindi, forse il migliore tratto da un romanzo di King, che crea un equilibrio quasi perfetto tra paura e psicologia, tensione e trama. Questa ovviamente è solo la mia opinione. Voi siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio 😉

Il Gioco di Gerald: quando il troppo, a volte, stroppia.

Ho appena finito di vedere “il Gioco di Gerald” film originale Netflix tratto dall’omonimo romanzo di King. Non avendo ancora letto il libro sappiate che non posso ( e comunque non voglio) fare paragoni tra la versione cartacea e quella cinematografica quindi non aspettatevi confronti di alcun genere.

Trama: Ammanettata al letto per un gioco erotico a cui si sottopone controvoglia, Jessie Mahout provoca involontariamente la morte del marito, Gerald Burlingame, affermato avvocato. Sola, al crepuscolo, e con nient’altra compagnia che se stessa e i suoi pensieri, Jessie si rende conto che, per quanto possa urlare, nessuno può aiutarla. La casa, infatti, si trova in una zona isolata, nei pressi di un lago, ed è autunno, per cui nemmeno un turista può trovarsi nei paraggi.

 

Protagonista indiscusso del film è la mente umana: Jessie infatti, trovandosi ammanettata e isolata e dopo aver visto un cane sbranare il cadavere del marito, inizia ad avere delle allucinazioni e a vedere e parlare con Gerald, il marito morto e con una versione più forte di se stessa. Se la visione di se stessa rappresenta la sua parte razionale, quella che cerca in tutti i modi di sopravvivere, quella di Gerald incarna le sue paure più inconsce e profonde, la paura della morte e del passato che Jessie si trova costretta suo malgrado a rivivere. Un viaggio nell’inconscio quindi, per affrontare un passato traumatizzato e, attraverso di esso, sfuggire a una situazione dalla quale le sembra impossibile sopravvivere.

Devo dire che il film mi ha trascinata facendomi venire una buona dose di ansia (rivoltandomi anche un po’ lo stomaco) per tutta la prigionia della povera Jessie. Peccato per la parte finale che ho trovato troppo sbrigativa, una semplice narrazione che mi è sembrata fatta per spiegare elementi oscuri della storia (in particolare quelli legati all’”uomo del chiaro di luna”) in un breve lasso di tempo e che mi ha rovinato gran parte dell’atmosfera del film. Il classico spiegone finale che non era poi così necessario, secondo me.

E poi la battuta finale di Jessie… Ma perché? Ce n’era davvero bisogno?

Boh, guardate il film perché almeno fino a un certo punto ne vale la pena, e fatemi sapere. Questa in fondo è solo la mia opinione. Voi siete sempre liberi di non prendermi troppo sul serio 😉