Il Death Stranding.

È da un po’ che non parlo di videogiochi qui sul blog, ma non potevo non scrivere di un gioco che, devo dire mi ha in qualche modo toccato il cuore: st parlando di Death Stranding di Hideo Kojima

Trama:  Misteriose esplosioni hanno scosso il pianeta, innescando una serie di fenomeni soprannaturali noti come Death Stranding. Creature spettrali che divorano i vivi hanno spinto l’umanità sull’orlo dell’estinzione, causando il crollo della società come la conosciamo e la dispersione dei sopravvissuti, che ora vivono in comunità del tutto isolate l’una dall’altra. Sam Porter Bridges, il leggendario corriere con il potere di tornare dal mondo dei morti, è stato incaricato di una missione critica dal Presidente delle Città Unite d’America: dovrà viaggiare attraverso questo paesaggio devastato e infestato di minacce ultraterrene, per rimettere in contatto città e persone e ricostruire l’America un passo alla volta.

 

Sì, lo so che sono passati diversi anni dalla sua uscita ( e che, anzi è uscito da un po’ anche il secondo), ma Death Stranding è un gioco a cui ho sempre avuto un pò di timore ad approcciarmi per via di alcune “figure” che compaiono al suo interno ovvero i “Bridge Baby” (detti semplicemente B.B.): bambini estratti dal corpo delle madri esanimi (tenute in stato vegetativo) e mantenuti in vita all’interno di particolari capsule che simulano il grembo materno per essere usati come una sorta di collegamento con la Terra dei Morti. Ai tempi, non avendo ancora avuto il mio Leonardo ed essendo piuttosto sensibile al tema bambini, non me l’ero sentita di giocarci, ma adesso devo dire che sono felice di averlo fatto. Death Stranding è infatti un viaggio intenso in un mondo magistralmente costruito, con personaggi unici, complessi e profondamente umani anche nella loro inumanità. Un viaggio che ha un solo scopo: creare nuovi legami in una realtà divisa dalla morte. Ma questa è anche e soprattutto la storia di Sam, un uomo a cui il Death Stranding ha tolto tutto, perfino la possibilità di morire, ma che ritrova la speranza là dove non si sarebbe mai aspettato, in quel B.B. che lo accompagnerà lungo tutto il suo cammino e con il quale arriverà a creare il legame più puro e profondo  di tutti: il legame d’amore tra un padre e il suo bambino.

Un gioco quindi con una storia coinvolgente capace di trascinare e stupire, con un “cast” davvero straordinario che riesce a dare il meglio di sé. Il tutto in un’ambientazione unica con una grafica spettacolare e una colonna sonora meravigliosa. Quindi, per fare una piccola citazione, dov’è la pupù?

Beh, per molti molti, il grosso problema di questo gioco è ilgameplay.  Oggettivamente, posso capire che possa sembrare noioso “fare il corriere”, dover correre a destra e a sinistra su terreni spesso impervi per consegnare pacchi e beni di prima necessità, con l’azione ridotta al minimo che, nella maggior parte dei casi, può essere persino evitata con una buona strategia. Non ci sono i combattimenti al centro di questo gioco, ma le interazioni con gli altri personaggi. Nonostante questo, però, ho amato Death Stranding in una maniera che non mi sarei mai aspettata.  Anche quando con Sam dovevo macinare chilometri, la musica inserita a regola d’arte e la possibilità di creare infrastrutture e vedere crescere e svilupparsi il mondo attorno al protagonista, mi ha coinvolta, ( a tratti perfino rilassata) spingendomi ad andare sempre avanti e a continuare a giocare nonostante il tempo e la stanchezza. Quello che mi sento di dire quindi su questo gioco è: non fermatevi alle apparenze. Provatelo, giocateci e vivete fino in fondo la storia di Sam.  Non credo che ve ne pentirete.

 

Detroit Become Human ovvero la scelta di essere umani.

In mega ritardo come mio solito a causa di giorni piuttosto turbolenti, oggi ho voglia di parlarvi dell’ultimo gioco che ho finito ovvero “Detroit Become Human” (per chi se lo stesse chiedendo, ma anche se non ve ne frega giustamente niente, vi dico subito che sono del team Play Station).

Si tratta di un videogioco d’avventura che segue tre diversi filoni narratavi (dei quali la storia dell’androide Markus è in assoluto la mia preferita) nei quali il giocatore attraverso delle scelte, fa avanzare la storia che può cambiare a seconda delle decisione prese.

Con una grafica meravigliosa, nonostante non sia un gioco puramente d’azione, “Detroit” è riuscito a coinvolgermi tanto che mi è capitato spesso di trovarmi in difficoltà sulle decisioni da prendere per andare avanti sia dal punto di vista morale che emotivo. Bellissimo se amate i videogiochi con delle trame coinvolgenti, forse un po’ meno se amate i giochi con più azione o gli sparatutto. Non mi ha per niente delusa.