ARBEIT MACHT FREI: un racconto per non dimenticare.

Oggi, giornata della memoria, desidero riproporre un mio vecchio racconto, scritto in passato per non dimenticare io stessa quanto dolore e crudeltà sono esistiti ed esistono ancora oggi al mondo. Un modo per ricordare anche e soprattutto a me stessa quanto il voltare lo sguardo o limitarsi a obbedire e ad assecondare chi sta in alto, ci renda spesso altrettanto colpevoli.

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“ARBEIT MACHT FREI”,il lavoro rende liberi, questa è la frase che hanno letto migliaia di individui prima di varcare la soglia dell’inferno, un inferno dove l’oscurità era più tetra del fondo di qualsiasi abisso, dove non esistono nomi, né storie o persone ma solo numeri, incubi e il fumo nero dei forni crematori. È da così tanto che mi trovo qui che il tempo ormai ha perso completamente il suo significato. Le forme e i colori sono diventati confusi, cupi, come visti attraverso un vetro appannato. Non esiste più niente di reale. Ci sono solo ricordi sbiaditi di un passato in cui sentivo di avere il mondo nelle mani perché mi bastava credere in coloro che mi dicevano che ciò che facevo era giusto. Loro mi ordinavano di credere, mi ordinavano di odiare e io credevo, odiavo, obbedivo. Vivevo solo ed unicamente per quello.

Camminando tra innumerevoli vecchie baracche, ricordo ancora tutti quegli esseri che un tempo erano stati uomini trasportare i loro pesanti carichi, “stimolati” a compiere il loro lavoro con percosse e insulti. Li rivedo sfilare nudi nelle docce, miseri animali che sotto gli sguardi di belve spietate attendevano che venisse decretata la loro sorte con gli occhi adombrati da un oscuro terrore. Ricordo ancora quella consapevolezza nei volti di coloro che venivano allineati nel Viale delle Betulle: era la certezza di essere riusciti a sopravvivere ancora un giorno, un altro giorno in cui l’illusione e la speranza cedono ulteriormente il passo alla rinuncia, alla disperazione. Poi c’erano coloro a cui era stato imposto di rimanere là nelle docce ad attendere. Sapevano cosa stava per accadere loro. Erano consapevoli che presto sarebbe arrivata la fine. Ormai, non essendo loro più in grado di lavorare, non c’era più alcun motivo per cui dovessero essere tenuti in vita. Presto il cielo sarebbe stato nuovamente squarciato dalle grida di quegli uomini che dimenandosi nella polvere sarebbero stati condotti tra le braccia della morte. Ma a quel tempo cosa importava a me di tutto quello? Ebrei, zingari, Slavi… non erano altro che esseri inutili. Come razza superiore noi avevamo ogni diritto di dominarle e di difendere dalla loro presenza il nostro spazio vitale. Questo mi avevano insegnato a pensare. Io non potevo far altro che credere che fosse davvero così. Se mi sbagliavo, se il motivo per cui settanta, spesso perfino anche ottanta persone ogni giorno venivano ridotte in cenere, fosse stato solo il frutto di menti perverse, ottenebrate dalla loro assoluta certezza, allora per che cosa stavamo dannando le nostre anime? Quali oscuri abissi di follia avevamo raggiunto?

Ricordo ancora il giorno in cui tutto ebbe inizio: l’orgoglio provato il giorno in cui entrai nelle SS. Il momento in cui varcai per la prima volta quel cancello con la speranza di riuscire a cambiare il mondo. A muovermi era la volontà di compiere il mio dovere fino alla fine. Tutto quello che facevo era giusto perché stavo obbedendo al mio comandante e sapevo di doverne esserne fiero. E lo ero.

Un cigolio metallico mi strappa ai miei ricordi facendomi alzare lo sguardo verso l’enorme cancello di metallo di fronte a me Ormai ho visto un numero indefinito di persone varcane la soglia, passando sotto la maledetta scritta con timore e angoscia. Ne arrivano molti come loro ogni giorno: donne, uomini e ragazzi di ogni età, colore o religione i cui occhi colmi di un intimo orrore si guardano attorno sperduti. Molti non riescono a trattenere le lacrime, travolti dal dolore per ciò che vedono in ogni baracca. Tutti si chiudono sempre in un cupo silenzio. Consapevoli di ciò che è accaduto in questo luogo, sentono la morte accompagnarli ad ogni passo, accarezzare loro la pelle come un brivido freddo lungo la schiena. Già… la morte… quella puttana che se ne va in giro con le sembianze di una bambola dai riccioli d’oro brandendo la sua falce invisibile. Come si è sempre divertita ad elargire i suoi doni e le sue condanne al mondo! Un gruppo di ragazzi si avvicina rapidamente al cancello. Le loro risa si spengono in un attimo e gli zaini sembrano improvvisamente pesare sulle loro spalle come macigni. Mi passano accanto senza accorgersi della mia presenza finché ad un tratto una di loro si volta nella mia direzione. Il suo sguardo colmo di ansia e paura sembra essere rivolto verso di me ma mi accorgo subito che i suoi occhi in realtà sono puntati alle mie spalle, verso uno dei forni crematori più grandi. Sorrido senza accorgermene. Per un attimo avevo quasi dimenticato.

“Non puoi sfuggire alla tua colpa. Il passato vivrà in eterno e tu in questo luogo con esso.” mi ricorda una voce nell’aria. Guardo la bambina che mi è comparsa di fronte sentendo un brivido di paura. “Ti stai divertendo?”      Lei mi sorride e allunga le braccia scheletriche verso di me. Subito mi accascio a terra, avvertendo una fitta di dolore alla testa. Alzo gli occhi, vedo il sorriso della piccola farsi ancora più ampio e la sua falce calare rapida su di me. Poi, c’è solo buio.

Con la mente mi ritrovo nel passato, al giorno in cui tutto ebbe fine. Mi trovavo nell’area del campo base quando, costretti alla ritirata, ci scontrammo con i soldati sovietici. Era il 27 gennaio del 1945. Non ricordo molto di quel giorno. Prima lo scoppio improvviso di una granata poi le urla, gli spari e il dolore intenso provato nel momento in cui un proiettile, partito chissà da dove, mi trapassò il cranio. Fu allora che vidi per la prima volta la morte bambina. Da quel momento iniziai a vagabondare per questo campo in attesa di un perdono che non arriverà mai. Così come non potremo perdonare noi stessi, io e i miei compagni morti quel giorno non troveremo mai l’assoluzione da Dio e dal mondo. Abbiamo creduto ciecamente alle loro folli menzogne, chiuso gli occhi di fronte all’orrore e obbedito lasciando che tutto si svolgesse come volevano. Anche noi eravamo colpevoli.

Per questo, provando ogni giorno le sofferenze delle nostre vittime, continueremo a vagare in eterno nella dimora dei nostri crimini, vegliando su di essa affinché nessuno possa mai dimenticare, nemmeno noi stessi.

Questa è la nostra condanna. È il nostro lavoro.

E il lavoro rende liberi.

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